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Moda e cinema
Vestivamo alla Marilyn
L’ “effetto nudo” della Monroe. Il tailleur squadrato della Bergman. I tailleur-pantaloni delle Dietrich… Un libro spiega come il grande schermo ha cambiato il nostro modo di vestire
di Eleonora Attolico



E’ uscito da poco in libreria un saggio di Sofia Gnoli, storica del Costume e collaboratrice del “Venerdì” di Repubblica. S’intitola “Moda e cinema, la magia dell’abito sul grande schermo” (edizioni Edimond) e racconta lo stretto legame attraverso il secolo tra queste due arti. Prendete un film come “Casablanca”: tutti ricordano l’impermeabile di Humphrey Bogart e il tailleur squadrato di Ingrid Bergman, ma pochi sanno che il costumista si chiamava Orry Kelly e che quel completo dell’attrice fu tra i più imitati. “Se avessi guadagnato un centesimo per ogni esemplare copiato, oggi sarei ricchissimo” ha raccontato Kelly.

A proposito di Greta Garbo, l’autrice ci racconta quanto il suo stile fu importante nella vita quotidiana di molte donne. Furono in tante a comprarsi il basco imitandola in “Ninotchka” (1939) ma soprattutto la “Divina” impose la moda dei capelli a mezza lunghezza. Fino ad allora imperversavano le acconciature cortissime alla garçonne oppure andavano di moda le trecce lunghissime. Con la Garbo cambiò tutto. Stesso discorso vale per Marlene Dietrich. Fu la prima diva ad indossare tailleur-pantaloni da uomo. Il suo stile ha influenzato successivamente grandi stilisti come Yves Saint Laurent e Giorgio Armani . A proposito della Dietrich, Armani ha detto: “Fu la pioniera di uno stile androgino che non scadeva mai nel travestitismo. Marlene portava il cappotto maschile, i pantaloni larghi, la giacca-tailleur, tutti pezzi che hanno contribuito a definire il concetto del mio stile”.

Arrivano poi le maggiorate e se fino agli anni Quaranta Hollywood era un Olimpo irraggiungibile, dopo la guerra le cose cambiano ed appaiono sugli schermi attrici più accessibili come Doris Day o Marilyn Monroe che con la sua bellezza procace e la sua sensualità si impose come modello da imitare. Si scopre così che l’abito bianco plissé che si gonfia sulla grata nel film “Quando la moglie è in vacanza” (1955) di Billy Wilder, fu acquistato in un grande magazzino dal costumista William Travilla. (Cliccate sull’ultima collezione di Alta Moda di Dior e troverete una rivisitazione moderna di quel famoso abito). La Monroe, in realtà, ha imposto uno stile che per certi aspetti funziona ancora adesso con i tacchi vertiginosi, i sandali effetto nudo con gli intrecci di stringhe e soprattutto i vestiti aderenti come una seconda pelle. (cliccate per curiosità sul nostro servizio sugli accessori primavera-estate)

Sofia Gnoli non trascura il cinema europeo spiegando quanto fu importante Brigitte Bardot. Scrive: “La diva ha fatto epoca per il suo total look : dalle ballerine ai pantaloni alla pescatora fino ai reggiseno a balconcino di cotone a quadretti Vichy e alle scollature a barchetta”. Descrive poi alla perfezione lo stile di Silvana Mangano in “Riso Amaro” di Giuseppe de Santis: “Le calze nere strappate, i pantaloncini stretti a metà coscia, la maglia aderente a modellare il seno di Afrodite della risaia”. L’autrice passa poi in rassegna Audrey Hepburn e ci racconta il sodalizio tra la diva e lo stilista Hubert de Givenchy . Fu un punto di svolta perché, per la prima volta nella storia del cinema, ci fu un designer al servizio di Hollywood. Pochi sanno che per il film “Sabrina” (1954) la costumista ufficiale era Edith Head ma la Hepburn chiese e ottenne che Givenchy si occupasse degli abiti nella seconda parte del film quando cioè Sabrina torna dal soggiorno parigino completamente trasformata. La Head ne fu molto amareggiata: “ Bily Wilder mi spezzò il cuore quando decise che mentre la figlia dell’autista era a Parigi doveva indossare abiti francesi. Poi però quando ho visto che il mio abito scollato a barchetta aveva raggiunto la celebrità e, in un baleno, è passato alla storia come la scollatura alla “Sabrina” mi sono consolata”.

Sofia Gnoli analizza infine i film più recenti. Da “American Gigolò”(1980) con le giacche indossate da Richard Gere firmate Giorgio Armani alle pellicce di Fendi portate da Madonna nel musical “Evita”(1996) a quelle indossate da Michelle Pfeiffer ne “L’età dell’innocenza” di Martin Scorsese (1993). Il sodalizio tra moda e cinema continua ancora oggi con una differenza però: ai tempi delle dive erano i costumisti come Adrian (vestì la Garbo e Joan Crawford) e Jean Louis (vestì Rita Hayworth in “Gilda”) a imporre le tendenze, ora le cose sono cambiate e sono soprattutto gli stilisti a entrare prepotentemente sul grande schermo.

(19/agosto/2002)

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