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MODA UOMO / IL 2001 DELLE AZIENDE ITALIANE
Un concentrato di lusso
Acquisizioni. Strategie aggressive. Buonsenso. E' la ricetta vincente delle maison nostrane

di Maurizio Maggi



Un vero peccato che sia finito, il 2000. Dopo un pessimo ’99, per il sistema della moda italiana l’anno scorso è stato l’anno della rivincita. Hanno fatto festa un po’ tutti: chi fa tutto in casa, perché ha scommesso sull’altissima qualità, chi si limita a disegnare e vendere lasciando la produzione ai laboratori sloveni o cinesi e chi, salomonicamente, tiene in piedi in entrambi i modelli organizzativi. Quando i consumi tirano come nel 2000 sono tutti maestri. L’Italia della moda che si ritrova in questi giorni a Firenze per la prima parata dell’anno - la 59esima edizione di Pitti Immagine Uomo - non ha la testa rivolta all’indietro: il 2001 promette ancora bene, ma la recessione che incombe sugli Stati Uniti e i rovesci delle Borse non lasciano del tutto tranquilla una classe imprenditoriale che ormai ragiona su scala internazionale.

Come ogni manifestazione che si rispetti anche Pitti Uomo ha una star, al di là delle passerelle. È Tonino Perna, il patron della It Holding, società quotata alla Borsa di Milano. Alla fine di dicembre, l’imprenditore molisano s’è comprato la maison di Gianfranco Ferré, senza incontrare resistenza da parte della Marzotto che, essendo legata all’architetto milanese da molte e lunghe licenze, non se l’è sentita di ingaggiare una gara al rialzo. Perna può così aggiungere il tocco meneghin-parigino di Ferré ad altri marchi prestigiosi del suo portafoglio come Romeo Gigli, Malo, GentryPortofino, Exté. Senza dimenticare le licenze di Cavalli, Dolce & Gabbana e Versace.

Con questa mossa s’ingrossa la pattuglia dei signori italiani della moda (e del lusso) che rilanciano al sfida al modello della Lvmh di Bernard Arnault. La superconcentrazione francese contro i poli multimarchio italiani: dopo Gucci e Prada, ora anche Perna. Che non è sazio. Oggi dice che deve digerire le acquisizioni, ma con le stese parole si schermiva anche dopo essersi comprato, a novembre, l’intero circuito europeo e africano della carta Diners, fino ad allora detenuto dal colosso della finanza americana Citicorp. E così finisce per ammettere: «Se sul mercato si presenta qualche bella occasione, la considereremo».

Il modello Perna, tra l’altro, fa felici i critici della delocalizzazione, cioè la scelta di realizzare all’estero i capi del made in Italy, per sfruttare una manodopera che guadagna assai meno di quella nostrana: «Fino a quando saremo concentrati nei prodotti di fascia alta, faremo tutto in Italia, dove abbiamo già 2 mila dipendenti e altre 5, 6 mila persone che lavorano nell’indotto in esclusiva per noi». Un’altra aggregazione di marchi l’ha messa insieme pure Gianluigi Facchini con la Fin.Part (anch’essa quotata in Piazza degli Affari), che mesi fa ha rilevato la maggioranza di Cerruti, brand che si affianca ai già controllati Maska, Henry Cottons, Marina Yachting e Moncler. Alla fine del 2001, il gruppo di Facchini dovrebbe raggiungere i 750, 800 miliardi di giro d’affari.

QUALITÀ IN FAMIGLIA
Perna non è il solo a sventolare orgogliosamente il tricolore. Migliaia di aziende, anche con fatturati importanti, continuano a puntare sulla produzione domestica al 100 per 100. È il caso della Cantarelli di Arezzo, per esempio (130 miliardi di giro d’affari e 900 dipendenti), o della Hilton-Vestimenta della famiglia lombarda Mosterts (250 miliardi di ricavi e 800 addetti). Due gruppi perfetti per rappresentare il comparto dell’abbigliamento italiano: producono capi di qualità con linee e proprie e su licenza, fanno utili, sono controllati dalle famiglie che li hanno fondati. Un’altra storia positiva è quella di Giovanni Inghirami, presidente di un gruppo con 5 mila addetti e 600 miliardi di ricavi: «La nostra proposta di farsi fare la camicia a misura è piaciuta parecchio. In due anni siamo a già 10 miliardi di fatturato». E il Sud? Presente, ovviamente. Con storie come quella della Harry & Sons di Bari, presieduta da Angela Donghia e specializzata nelle camicie, o della partenopea Kiton. Creata nel 1971 da Ciro Paone, produce soprattutto costosi abiti per uomo esclusivamente made in Napoli. La società sta ad Arzano, nel paese reso famoso dal libro “Io speriamo che me la cavo”, e dispone di 350 dipendenti, «di cui 240 sono sarti veri e propri», tiene a precisare l’amministratore delegato Antonio De Matteis, nipote del fondatore. Nel 2000, la Kiton ha fatturato 50 miliardi, con un incremento del 28 per cento rispetto all’anno prima. Simile il balzo in avanti compiuto da uno dei nomi più noti e affermati del tessile-abbigliamento, Ermenegildo Zegna. I ricavi consolidati del gruppo piemontese guidato da Gildo e Paolo Zegna, che ha 4 mila 500 dipendenti e produce sia tessuti che capi finiti, sono stati di 1.200 miliardi, per il 60 per cento ottenuti fuori dall’Europa. Anche il caso Zegna è emblematico. Innanzitutto perché dimostra come sia possibile coniugare qualità e delocalizzazione, giacché parte delle lavorazioni avvengono in stabilimenti del gruppo in Svizzera, Spagna, Turchia e Messico. E poi perché conferma l’importanza di saper cogliere i mutamenti dei gusti. È in atto infatti uno spostamento verso lo sportswear. Insieme ad altri gruppi esperti di abbigliamento “serio”, come Prada, Zegna ha fatto rotta con decisione su questo settore, e i risultati sono arrivati. Sullo sportswear sofisticato puntano con forza anche due veneti come Claudio Buziol (Replay) e Mario Polegato (Geox). Quest’ultimo, forte del successo della sua “scarpa che respira”, sta studiando anche le “giacche che respirano”, con microfori sulle spalle.

TUTTI IN SALUTE
Il sistema moda italiano è sano. Ma forse è ancora troppo frazionato. «Il processo di concentrazione deve coinvolgere anche aziende medie piccole e medie», sostiene Carlo Pambianco, consulente strategico del settore. Aggiunge Carlo Alberto Corneliani, a capo del gruppo di famiglia che fattura 250 miliardi, ha 1.300 dipendenti e produce anche in Romania e Slovacchia: «Vedo le concentrazioni più probabili tra chi produce per conto terzi ed è sottoposto alla concorrenza dei Paesi a basso costo del lavoro. Noi non vendiamo di certo, sarà più facile che compreremo». Sono in tanti a stare alla finestra. Interessati ad acquistare, molto meno ad andare in Borsa e ad aprirsi a soci finanziari esterni. «Fino a che ce la facciamo, andiamo avanti con le nostre forze», ribadisce Roberto Compagno della Incotex, uno dei leader europei del pantalone, 70 miliardi di fatturato. Nel 2000 a Piazza degli Affari sono arrivati solo gli abiti di Mariella Burani. Diego Della Valle si colloca nel lusso. Quest’anno, forse, sbarcherà Prada.

(12/gennaio/2001)

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